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L’insediamento di Tiscali, costruito all’interno di una dolina originatasi, in tempi assai remoti, in seguito al crollo della volta dell’ampia sala di una grotta, si localizza sulla sommità del Monte Tiscali (500 m circa s.l.m.) che si eleva a destra del Rio Sa Oche nella Valle di Lanaittu.
Il sito, visitato nel 1910 da Ettore Pais e nel 1927 da A. Taramelli, fu interpretato dai due studiosi come rifugio dei Sardi durante la conquista romana della Sardegna. La ricerca storico-archeologica ha oramai chiarito che i Sardi in questione non possono essere assimilati alle comunità nuragiche poiché, quando la Sardegna fu annessa all’amministrazione di Roma (238 a.C.), la Civiltà Nuragica era estinta da qualche secolo e la Sardegna centro-orientale era abitata dalle Civitates Barbariae, le comunità non urbanizzate note da fonti storiche ed epigrafiche.
L’insediamento è costituito da un centinaio di ambienti e vani sussidiari distribuiti a nord e a sud-ovest del conoide detritico formatosi all’interno della dolina in seguito al crollo della volta dell’originaria grotta; alcuni muri si appoggiano direttamente alle pareti rocciose o sfruttano la conformazione della roccia. È probabile che in origine le strutture fossero distribuite in tutti i lati del crollo.
Le strutture presentavano pianta rettangolare, quadrangolare, circolare o ellittica. I muri, di modesto spessore, erano realizzati mediante l’utilizzo di pietre in calcare locale appena sbozzato e di malta; la malta era ottenuta miscelando suolo argilloso (terre rosse) e ghiaia, con l’aggiunta anche di inerti organici. La tessitura muraria era regolarizzata riempiendo di malta gli interstizi tra una pietra e l’altra; la malta era poi esternamente levigata seguendo l’aggetto delle pareti. Negli spessori murari interni erano spesso ricavati degli stipetti e delle nicchie per custodire gli arredi. Talune strutture presentavano forma tronco-conica con pareti aggettanti e, forse, copertura a tholos o straminea a scudo. Una di queste strutture, ancora visibile in buono stato di conservazione, presenta un ingresso dotato di architrave in legno di terebinto. In questa e in un’altra struttura, localizzata nel lato ovest dell’insediamento, è possibile osservare due fasi costruttive (meno probabilmente fasi di cantiere): alla prima fase, più antica, afferisce lo zoccolo murario realizzato a secco con pietre di medie e grandi dimensioni; nella seconda fase rientra la parete muraria soprastante, di spessore minore, realizzata con pietre di medie e piccole dimensioni frammiste a malta.
L’indagine archeologica di due strutture (scavi 1999) e le raccolte di superficie hanno consentito il recupero di materiali di età nuragica e di età romana. All’età nuragica appartengono i frammenti ceramici (tegami con decorazione a pettine, ollette, tazze carenate, vasi carenati, brocche con decorazione a cerchielli, etc.) afferenti a contesti che vanno dal Bronzo Medio (XV-XIII sec. a.C.) al Bronzo Finale (XII-IX sec. a.C.) e all’Età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.). I materiali di età romana sono costituiti da frammenti di pareti, di orli e puntali di anfore prodotte nell’Italia centrale tirrenica: si tratta essenzialmente della forma Dressel 1, anfora vinaria, prodotta tra la metà del II sec. a.C. e la fine del I sec. a.C.; particolarmente attestate le produzioni della Campania, dalla quale venivano esportati rinomati vini. Anfore di questo tipo sono state rinvenute, per citare alcuni casi della zona, anche nel nuraghe Mannu (Dorgali) e nel complesso speleologico di Sos Sirios-Sos Sirieddos (Dorgali). Significativa in questo contesto la presenza romana agli inizi della romanizzazione della Sardegna. Questa precocità si può spiegare con la vicinanza della costa orientale sarda, intensamente frequentata dai mercatores italici fin dall’età arcaica (VII sec. a.C.) e per tutta l’età repubblicana.
Per una sicura attribuzione cronologica e culturale delle strutture insediative occorrerà attendere il proseguimento degli scavi archeologici. Qualche ipotesi può essere avanzata a partire dalle due fasi costruttive descritte sopra: il muro della prima fase ha un aspetto avvicinabile alle murature nuragiche, caratteristica ravvisabile anche in un ambiente a pianta circolare osservabile nella parte nord del sito, mentre le murature della seconda fase e gran parte delle strutture a vista dell’insediamento, la cui tecnica costruttiva non è tipicamente nuragica, potrebbero essere relative a un contesto successivo all’età nuragica, cronologicamente inquadrabile nell’età punica se non nell’epoca romana repubblicana e tardorepubblicana, relativo a una comunità indigena aperta ai traffici commerciali con la penisola italica, come dimostra la presenza delle Dressel 1, e avviata, nell’esito finale, a subire il fenomeno della romanizzazione. La conoscenza attuale della cultura materiale e della tipologia costruttiva e insediativa dei popoli (Civitates Barbarie) che abitavano nelle zone montuose interne dell’isola prima e durante l’età romana non consente ulteriori asserzioni. A questo proposito vale la pena ricordare le testimonianze di Strabone, Diodoro, Pausania e Zonara che concordano nell’attribuire ai Sardi indigeni abitazioni in spelonche e in caverne dislocate nei monti della Barbaria sarda.
In generale l’evidenza archeologica consente di interpretare il sito come un insediamento civile, costituito da strutture abitative, magazzini, recinti per custodire gli animali, etc., legato allo sfruttamento agro-pastorale del territorio (Valle di Lanaittu, altopiani e radure limitrofi), costruito in un punto naturalmente riparato e protetto dalle intemperie come dalla calura estiva. L’insediamento di Tiscali rappresenta un caso unico per originalità topografica e architettonica; l’interesse storico archeologico del sito è legato allo studio delle scelte insediative in Età Nuragica e nei secoli successivi fino all’avvento di Roma. Se l’attribuzione cronologica e culturale dell’evidenza archeologica qui proposta verrà confermata dai prossimi scavi, il contesto in questione costituirà uno straordinario caso di studio per comprendere l’evoluzione finale della Civiltà Nuragica in seguito ai contatti con il mondo Fenicio-Punico e per conoscere, per la prima volta, un abitato attribuibile alle Civitates Barbarie per le quali mancano completamente le fonti archeologiche. Il contesto è inoltre di estremo interesse per l’analisi delle prime fasi del processo di romanizzazione che ha interessato il territorio dei Barbaricini.

Testo: Fabrizio Delussu

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E-mail: museo.dorgali@tiscali.it

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